Consulenza educativa per futuri e neogenitori

Articoli con tag ‘sviluppo’

Lo sviluppo relazionale del bambino dalla nascita a 3 anni

bimbi che giocano

Durante i primi anni di vita il bambino apprende non solo il codice linguistico per comunicare con il mondo esterno, ma impara anche quali comportamenti sono più appropriati nelle relazioni sociali. Fin dalle prime settimane di vita attraverso il pianto, il sorriso ed infine i vocalizzi, il neonato esprime le sue necessità al fine di evocare una risposta dalle persone che lo accudiscono. (altro…)

Annunci

Touchpoints come strumento a supporto dei neogenitori

genitori-neonato

Un aspetto importante su cui un professionista che si occupa di sostegno ai neogenitori basa il suo lavoro, è sicuramente quella di creare delle facilitazioni nei rapporti genitori-bambino. Queste facilitazioni consistono soprattutto nello “spiegare ” alla neomamma e al neopapà le fasi di sviluppo del bambino e come si manifestano aiutandoli a leggerne il significato.
E’ infatti di fronte alla necessità di affrontare nuovi scatti evolutivi, che i neogenitori si trovano spesso in difficoltà.
L’approccio che personalmente utilizzo con i neogneitori si basa sul concetto di Touchpoin sviluppato dal professore T. Berry Brazelton, pediatra e psichiatra infantile.
Ma cosa sono i touchpoints?
Per spiegare questo approccio occorre una premessa. Nessuna linea evolutiva nel bambino ha una progressione lineare. Lo sviluppo motorio, cognitivo ed emotivo procedono per scatti. L’aspetto importante di questo evoluzione è che prima di ogni “balzo” in avanti dello sviluppo c’è un periodo breve, ma prevedibile, di disorganizzazione nel bambino.
Infatti ogni nuova acquisizione ha un “costo” pagato spesso con una transitoria regressione del bambino. Per esempio: imparare a camminare è per il piccolo un momento complesso, non solo dal  punto di vista motorio, ma anche emotivo: sperimenta infatti la paura di staccarsi, l’eccitazione di riuscire, la possibilità di esplorare l’ambiente circostante con le sue meraviglie e i suoi pericoli. Quasi sempre di fronte a queste difficoltà il bambino regredisce in comportamenti che si ritenevano già superati, per  esempio non è più capace di addormentarsi da solo o di passare dal sonno profondo al sonno  leggero senza cercare l’aiuto dell’adulto.
I genitori, sconcertati dal cambiamento del bambino, si trovano in difficoltà e non sanno come agire.  In questo caso un professionista competente può fornire l’aiuto per gestire la situazione. Fornendo una guida anticipatoria, attraverso incontri mirati, è possibile fare vedere alla mamma e al papà questi cambiamenti da una nuova prospettiva, tanto da risultare sufficiente a mettere in moto diversamente le loro risorse. Ed è anche questo aspetto tra i più importanti: il genitore non vive l’intervento come attore “passivo” ma come protagonista attivo. Viene infatti risaltato come ogni genitore ha dei punti di forza e delle competenze che lo spingono a fare sempre il meglio per il proprio figlio.

Con questo approccio si ha dunque la possibilità di fornire un reale sostegno alla  genitorialità oltre ad essere efficace nel mitigare le situazioni di stress all’interno della famiglia stessa.

Se desideri contattarmi per una consulenza su tale argomento puoi compilare il modulo di contatto. Fisseremo un appuntamento a domicilio (zona Padova e Alta padovana) in cui potremo parlare delle possibili strategie da adottare nelle varie fasi di crescita.

Lo sviluppo visivo del bambino

vista

Anche se lo sviluppo anatomico è già avvenuto, diversi sono gli aspetti funzionali che matureranno poco per volta, soprattutto nei primi 6-8 mesi di vita, fino a completarsi prevalentemente intorno ai 3-5 anni di età.

Prime settimane di vita

Fin dalle prime ore di vita, un neonato reagisce alla luce e al buio, ma non è in grado di controllare i movimenti degli occhi, di mettere a fuoco e di percepire i colori. La luce lo attira e lo incuriosisce (lampada accesa, finestra aperta), ecco perché, nei primi mesi di vita, si utilizzano delle mire luminose per attirare la sua attenzione e per studiare i movimenti degli occhi.

Dalla seconda–terza settimana di vita, il piccolo inizia in parte a coordinare i muscoli oculari e a mettere a fuoco oggetti vicini, a circa 20-25 cm dai suoi occhi. Gli oggetti posti a maggiore distanza appaiono sfuocati ed in diverse tonalità di grigio. Il bambino è attratto da oggetti semplici, molto contrastati; è in grado di fissarli ma non di inseguirli.

Primi mesi

A 1-2 mesi, appare interessato ad oggetti colorati ed a forme più complesse. Riesce a fissare luci e ad inseguire oggetti in movimento in modo incostante. La collaborazione fra gli occhi non è precisa e i movimenti oculari non risultano coniugati. Inoltre, si amplia il campo visivo, migliorando la percezione dello spazio che lo circonda, per questo è attirato da oggetti che sono posti “di lato”.

A 2-3 mesi, matura la capacità di convergenza e di messa a fuoco (accomodazione) delle immagini poste a breve distanza. La capacità di fissazione diventa più sicura: i lattanti passano molto tempo ad osservarsi le mani.

Attorno al 4° mese, ma spesso anche prima, intervengono diverse modifiche del comportamento visivo. Migliorano la coordinazione e la collaborazione fra gli occhi: sono i primi passi nello sviluppo della visione binoculare. Migliora ulteriormente la capacità di messa a fuoco, per questo il bambino è molto più interessato a ciò che avviene attorno a lui e ai volti che si avvicinano. Il piccolo è molto attratto da oggetti in movimento, riuscendo a inseguirli con precisione con lo sguardo.

Nei mesi successivi, il bambino continua a migliorare la capacità visiva: tra i 5-6 mesi, comincia a distinguere i colori ed è in grado di riconoscere il viso della mamma dai molti volti sconosciuti.

Al 6°-8° mese, tenta di prendere gli oggetti al di fuori della sua portata, riesce a fissarli bene e a distinguere i particolari, vede con maggiore chiarezza i colori. Matura la capacità fine di usare gli occhi insieme, ossia la visione binoculare singola che si consolida: in tal modo, la sensazione visiva che arriva da ogni occhio viene percepita tridimensionalmente (stereopsi). Pertanto, la presenza di una saltuaria deviazione degli occhi entro i primi 6-8 mesi non deve preoccupare.

Esiste, però, anche uno strabismo falso, o pseudostrabismo, dovuto ad una particolare conformazione delle palpebre (epicanto) che solitamente scompare con la crescita.

Se, dopo il 6° mese, gli occhi appaiono un po’ convergenti o divergenti, si può sospettare un reale strabismo, perché a questa età è già maturata la visione binoculare, che presuppone un normale parallelismo degli occhi.

In caso di strabismo (assenza di parallelismo degli occhi) o di difetti visivi non corretti, soprattutto se a carico di un solo occhio, non si viene a creare un’esperienza visiva normale, in quanto il cervello esclude l’immagine dell’occhio peggiore, con conseguente ambliopia (occhio pigro).

Per evitare l’ambliopia, sono indispensabili una diagnosi precoce ed una adeguata terapia: si occlude l’occhio migliore per favorire la visione dell’occhio pigro.

Da 1 a 3 anni, migliorano ulteriormente il riconoscimento di oggetti sempre più piccoli e più lontani, la convergenza, i movimenti di fissazione e di inseguimento.

 

fonte: http://elisabethmilan.it/pazienti/12-pazienti/52-cosa-vede-il-mio-bambino.html#content

 

Aiutiamo i nostri figli a diventare autonomi

tabelle-di-crescita

Oggi vorrei riportare un articolo interessante scritto dalla psicologa Francesca Santarelli. Possono sembrare concetti di pedagogia spicciola ma alcune volte è utile ricordare ciò che sembra scontato. Aiutare i propri figli a diventare autonomi è una continua ricerca di equilibri tra essere da una parte genitori iperprotettivi e dall’altra eccessivamente permissivi..

“Sembra una cosa ridicola quando si dice che, fin da neonati, i bambini devono essere educati all’autonomia  soprattutto quando li si vede così piccoli e indifesi (praticamente sempre!), ma anche quando oggettivamente la loro sopravvivenza dipende solo ed esclusivamente da noi adulti (e più spesso dalle mamme!).

Eppure, più vado avanti con la mia attività clinica e più approfondisco le mie conoscenze professionali, più mi rendo conto di quanto sia importante insegnare ai nostri piccoli a essere gradualmente autonomi rispetto alla loro stessa identità.

Mi spiego meglio.

Quando un cucciolo nasce, è del tutto naturale e istintivo, che con la mamma si crei un legame simbiotico e fusionale atto alla sopravvivenza stessa della propria vita e che consente di creare la prima, vera e più importante relazione interpersonale con un altro essere umano.

Non si può fare a meno l’uno dell’altro e questa è una realtà che vale soprattutto per il piccolo d’uomo.

Ma gradualmente, quel legame così stretto, dovrebbe assumere una forma di maggiore “ libertà” , in modo da favorire la costruzione del concetto di identità e del “Sé” del bambino.

 È facile invece, che proprio questa fase venga ritardata troppo o negata del tutto e, senza rendersene conto, ci si ritrova a vivere un rapporto che assume più i connotati di una “dipendenza” e che favorisce nella mente del bambino, l’ idea per cui “non posso stare senza mamma”!

Ma perché rischia di diventare negativo questo meccanismo che apparentemente non sembra poi così grave per molte mamme?

Perché quel cucciolo che tanto amiamo, deve imparare che anche da solo ce la può fare (naturalmente sto parlando anche di micro momenti in base all’età)  e che, nello stare da solo con se stesso, può far emergere delle sue risorse personali che lo aiutano a creare i pilastri dell’ autostima e della fiducia in se stesso.

Se la mamma c’è,  e accorre sempre, spesso impedisce  involontariamente che tali risorse vengano percepite, riconosciute e messe in pratica e il piccolo si abituerà a sentirsi sicuro di sé solo in presenza dell’altro (la mamma), cosa che, se tanto accentuata, un domani  si potrebbe riproporre negli schemi delle relazioni sentimentali con l’altro sesso (non vi fa venire in mente niente la classica frase: “Senza te non posso vivere?”).

Se vi faccio degli esempi pratici forse questi concetti vi appariranno ancora più chiari.

Partiamo da un bambino molto piccolo che si sveglia nel suo lettino e non fa ancora in tempo a dire “We” che si ritrova subito la mamma che lo prende e lo tira su.  Se ciò accade sempre e quotidianamente e si ripropone in tante altre occasioni simili (per carità….nulla di grave!)  non diamo la possibilità a nostro figlio di sperimentare quei pochi minuti in cui impara a stare bene con se stesso, a guardarsi magari intorno e osservare cose mai viste, inventarsi un passatempo o un giochino con ciò che ha vicino. Impara in questo modo  a non avere paura della solitudine e del non avere nessuno accanto immediatamente. Ma tutto questo, con la consapevolezza e la certezza che la mamma c’è e accorre quando è lui a chiamarla!

Altri esempi che mi vengono in mente sono bambini che non sanno giocare da soli e che vengono abituati ad avere accanto sempre un adulto, che magari anche troppo spesso, gioca “per lui” e non “con lui”, mostrandogli come funzionano i giochi, che tocchi i tasti al suo posto per far partire la musica, ecc… e non permette invece al piccolo di sperimentare e scoprire da soli ciò che hanno tra le mani.

Anche al parco giochi mi capita di vedere bambini di diverse età che non sanno giocare da soli, ma hanno bisogno sempre della mamma vicino. Vi è capitato?

Non fraintendete, non sto dicendo che i nostri bimbi vanno lasciati da soli o in balia di se stessi, ma neanche di diventare la loro ombra e i loro sostituti in ciò che fanno. Non fate sempre voi per loro! Ci vuole, come sempre, quella famosa via di mezzo.

Lasciateli esplorare, conoscere e sperimentare da soli. Insegnategli a tollerare la “microsolitudine”, insegnategli che da soli possono farcela, anche nel raggiungere piccoli traguardi.

Queste sono le basi per costruire un uomo o una donna che possono credere in se stessi e con quella sufficiente autostima per affrontare il mondo in modo più sicuro!”

vedi l’articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: