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E’ mio!!!

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Alzi la mano chi non è mai intervenuto per mediare un litigio tra due bambini che si stanno contendendo un gioco… Penso che questa scena sia abbastanza chiara e vivida nella mente di TUTTI i genitori. Ma cosa fare in questi momenti? Facciamo un passo indietro. Il bambino dopo gli 8 mesi inizia a gattonare e ad esplorare il mondo che lo circonda. Tutto è una magnifica scoperta e ogni oggetto(quindi non solo giocattoli) è da provare, mordere e manipolare. Nel momento in cui due bambini si trovano nello stesso ambiente, capiterà spesso che un oggetto-giocattolo in mano ad uno susciterà immediatamente l’interesse dell’altro. A questo punto la classica affermazione degli adulti è: “ma se prima quel gioco era per terra e nessuno dei due lo prendeva in considerazione, adesso perchè dovete litigare per averlo?”. Fintanto che il giocattolo era li per terra non suscitava alcun interesse, ma nel momento in cui finisce nelle mani di un bambino, tale gioco “prende vita” diventa, quindi, interessante. La stessa cosa, se ci pensate bene, succedete anche con gli oggetti che i genitori utilizzano quotidianamente: le chiavi di casa, utensili da cucina, mollette ecc. sono tutti oggetti che nel momento in cui li avrete in mano il piccolo ve li chiederà. Tornando quindi alla questione di partenza, cioè cosa fare quando due bimbi si contendono un gioco: diciamo subito che fino ai tre-quattro anni la visione egocentrica del bambino non gli permetterà di capire il concetto di “condivisione”, per cui togliere di mano il gioco ad uno per darlo all’altro bambino dicendo “devi condividerlo” non risolverà la situazione.  Si può invece tentare di distrarre il bambino proponendo un altro gioco( meglio ancora se un oggetto che abbiamo utilizzato noi e che può effettivamente suscitare l’interesse del bambino) . Con il passare del tempo però sarà necessario spiegare che, quando si vuole un gioco che è nelle mani di un altro bambino, si deve prima chiedere ” posso giocare con questo gioco?”. Ovviamente il bambino che ha in mano il gioco può rispondere di “si” ma può anche dire di “no” perchè prima vuole finire di giocarci…  in questo caso il genitore spiegherà che è necessario aspettare il proprio turno.

In sintesi:

– l’adulto dovrà essere presente e mediare quando i bambini sono piccoli (al di sotto dei 3/4 anni);
– crescendo le competenze linguistiche permetteranno un approccio diverso, pertanto si spiegherà come chiedere in prestito un gioco ed eventualmente aiutare a gestire la frustrazione di un eventuale rifiuto;
– non tutto deve essere necessariamente condiviso:  se il bambino ha un gioco preferito(ad esempio un peluche che funge da oggetto transizionale) ha diritto di tenerlo tra le braccia oppure essere riposto in un luogo non accessibile ad altri bambini;
– l’esempio vale più di mille discorsi : se in famiglia si vive correttamente il concetto di condivisione  il bambino imparerà a gestirla nel quotidiano, senza richiedere ogni volta l’intervento dell’adulto.

I “no” aiutano a crescere?

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Il titolo prende spunto da un famoso libro di Asha Phillips “I no che aiutano a crescere“. Ho letto questo testo qualche anno fa e nel frattempo ho avuto modo di elaborare, anche grazie ad altri testi e all’esperienza quotidiana, una mia riflessione.

I comportamenti degli adulti, ma anche dei bambini, sono condizionati dalle risposte dell’ambiente circostante. Noi tutti tendiamo a ripetere comportamenti che in passato ci hanno gratificato o ci hanno fatto raggiungere un determinato obiettivo. Così accade anche per i bambini. Ma scendiamo dalla teoria alla pratica.
Esempio: un bambino, di 2 anni, vede dei dei giochi che tanto gli piacciono e li vuole a tutti i costi. La mamma, nonostante capisca che il bambino possa esserne attratto dice di no. Il bambino posto davanti ad un evento frustrante (il no della mamma) reagisce come sa reagire un bambino di 2 anni: pianti e urla. A questo punto la mamma ha le seguenti possibilità:
– lo accontenta, ma facendo così la prossima volta che il bambino sarà messo di fronte ad un evento simile ripeterà lo stesso copione perchè sa che otterrà ciò che vuole;
– la mamma spiega, e sottolineo che a 2 anni i bambini capiscono benissimo ciò che gli spieghiamo basta farlo con parole semplici e legate alla quotidianità, che non può avere ogni gioco che vede e che a casa ne ha molti con cui è possibile divertirsi con mamma e papà. A questo punto la mamma aggiunge un elemento di distrazione, il bambino può aiutare a portare il carrello, canticchiare una canzone ecc.
– se una volta spiegato con calma le ragioni del no il bambino dovesse continuare ad insistere con il suo comportamento l’unica soluzione è ignorarlo. Cercare di fare ragionare un bambino in piena crisi è una missione impossibile. Solo dopo essersi calmato riusciremo ad ottenere di più. Altrimenti si rischia di alimentare un meccanismo che non porta a nulla. Come dicevo prima è vero che un bambino di 2 anni ha come forma di comunicazione il pianto, ma deve essere una fase, perchè il bambino “non sa come si fa”. Se diamo troppo peso a questi comportamenti ce li ritroveremo nella seconda infanzia e perfino in adolescenza (chiaramente con sfumature diverse e sotto forma di ricatti). Ovviamente il dialogo e l’apertura verso il bambino non devono mai mancare, se lo vedessimo come un soggetto antagonista cadrebbe ogni progetto educativo. Ma sappiamo anche come il bambino abbia bisogno di essere guidato passo dopo passo, anno dopo anno ad uscire dalla sua visione egocentrica. Il bambino infatti pensa che tutto gira intorno a lui (vedi ad esempio il continuo ripetere “mio” e “io” dopo l’anno) e ogni cosa che desidera va fatta subito. Dunque noi adulti, partendo dalla consapevolezza di ciò, lo aiuteremo ad uscire da questa fase. Ripeto non è un muro contro muro, perchè non si mette mai in discussione l’affetto. Il genitore quindi capisce, accetta la situazione e lo stato d’animo del bambino ma lo aiuta ad andare oltre.

Perchè alcune volte per un genitore è così difficile dire “no”? Molto spesso le nostre scelte educative sono dettate dal background di esperienze che risalgono alla nostra infanzia e che ci portiamo dentro. E’ un elemento importante, che se da una parte ci permette di non ripetere errori che i nostri genitori hanno fatto con noi, dall’altra è sempre bene conoscere per essere genitori consapevoli.  Chiaramente ogni genitore cerca sempre di creare un ambiente familiare il più sereno possibile ma, inevitabilmente, i conflitti ci saranno e dovranno essere affrontati. Appena escono di casa i bambini affrontano quotidianamente dei conflitti da cui noi non possiamo sempre proteggerli. Il nostro compito è dare gli strumenti giusti per affrontarli ed essere la loro bussola per orientarsi all’esterno. A tale proposito vorrei concludere con una riflessione tratta dal libro Come glielo spiego di Laura Sidoti: “ Uno dei miei compiti di genitore è di prepararti ad accettare i no che incontrerai nella tua vita. Se ti dicessi sempre di si, non ti aiuterei a diventare forte e a fare i conti con le difficoltà e con gli errori che tutti commettiamo. Il mio no è come un allenamento a una partita e la partita è la vita fuori di casa”.

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