“Un bambino può nascere solo dopo la nascita di sua madre. Prendersi cura della nascita significa prendersi cura della nascita della madre e di quella del bambino”. S. Marinopoulos

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Il wrapping e il beneficio del contenimento

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La parola “wrapping” si può tradurre con fasciare  / avvolgere / contenere.

Avete letto bene…fasciare il neonato! Attenzione però, non si tratta di “ripescare” vecchie usanze, ma di elaborare una fasciatura del bambino tenendo conto delle sue esigenze di movimento. Infatti a differenza dei metodi usati una volta per fasciare i bebè, oggi si cerca di utilizzare dei tessuti elastici e creare degli “spazi” che per permettono il movimento delle mani affinchè le possa portare alla bocca per autoconsolarsi e alle gambe per evitare problemi alle anche e alla schiena (ciò che invece si verificava una tempo).

Ma perchè fasciare un neonato? Come facilmente intuibile la fasciatura da un senso di contenimento al bambino e ciò potrebbe essere utile per calmarlo nei momenti in cui non riesce a rilassarsi o durante un pianto causato dalle coliche. Se poi alla fasciatura si affianca anche un ambiente tranquillo con luci soffuse, mamma o papà che lo cullano dolcemente e canticchiano una canzone… ecco che le probabilità che il bambino si tranquillizzi aumentano notevolmente!

E’ una tecnica che può andare bene nei primi mesi di vita del bambino perchè dopo il terzo/quarto mese il piccolo potrebbe non gradire il sentirsi avvolto visto che la sua capacità di movimento aumenta e desidera potersi muovere con maggiore libertà…

Aggiungo una curiosità: sapevate che se il bambino non sopporta di essere svestito per il bagnetto si può provare ad avvolgerlo in un asciugamano, immergerlo nell’acqua con esso e poi toglierlo? In questo modo il bambino avrà un impatto più soft con l’acqua e non piangerà disperato… 🙂

Se desideri fissare un appuntamento per una consulenza su tale argomento (a domicilio -Padova e provincia- o in studio presso la Cooperativa Crescendo)  puoi utilizzare il modulo di contatto o inviare un messaggio Whatsapp al nr 3703282962.

 

 

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Cos’è il metodo Estivill e perchè non lo condivido

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Nei giorni scorsi ho pubblicato sulla mia pagina Facebook un articolo, scritto da un pediatra, che riportava delle “linee guida” sul come aiutare un bambino a dormire serenamente e a ridurre i risvegli notturni. Ovviamente queste indicazioni sono rivolte ai genitori che sentono di avere una difficoltà nella gestione dell’addormentamento e dei risvegli notturni, non sono quindi rivolte a chi vive serenamente i risvegli del proprio bambino. Questo aspetto penso che sia fondamentale. Infatti così come non tutti i bambini sono uguali, anche i genitori affrontano le sfide della crescita del loro piccolo in maniera diversa. Quindi coloro che cercano informazioni, sostegno e consulenze su questo argomento è giusto che abbiano la possibilità di scegliere le indicazioni che più ritengono giuste ed affini con il proprio modo di essere.

L’articolo pubblicato ha suscitato molto interesse e diverse critiche. Ho notato però che le critiche maggiormente presenti sostenevano l’idea che i punti da me condivisi erano “aberranti” perchè in realtà uguali alle linee guida del metodo Estivill.  Nonostante abbia ribadito più volte che il post da me pubblicato non riprendeva questo metodo, la situazione non è mutata. A quel punto è chiaro che spesso si parla di determinate tematiche senza conoscere veramente l’argomento.

Partiamo dunque dal capire chi è Estivil. Eduard Estivill  è direttore della Unidad de Alteraciones del Sueño dell’Istituto Dexeus di Barcellona. Ha pubblicato diversi libri sul sonno dei bambini, ma quello in assoluto più famoso è senz’altro “Fate la nanna” che riprende le teorie già espresse dal pediatra Richard Ferber. Ma com’è strutturato questo metodo e come si applica? Innanzitutto è bene precisare che alla base del metodo troviamo la cosiddetta “estinzione graduale del pianto” ovvero educare  attraverso tecniche comportamentali che hanno come fine ultimo la riduzione del pianto fino alla sua scomparsa. Ma come si procede in pratica?

Innanzitutto si crea una routine che si ripete ogni sera (bagnetto, lettura, coccole ecc), dopo di che il bambino viene adagiato sul suo lettino ancora sveglio. A questo punto il genitore esce dalla stanza. Ecco un altro punto fondamentale: il genitore non aiuta in alcun modo il bambino ad addormentarsi, quindi non resta nella camera, non lo accarezza, non gli tiene la mano o comunque i contatti sono ridotti al minimo. Quando il bambino inizia a piangere  è importante rispettare una tabella con dei tempi di risposta (andare dal bambino) ben precisa. Ecco com’è strutturata:

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Come vedete i tempi di risposta si allungano arrivando al 7° giorno anche a 45 min di attesa prima di intervenire e consolare il bambino. Altro aspetto importante è che quando si ritorna dal piccolo, anche se piange non bisogna prenderlo in braccio, non si interagisce ma si aiuta il bambino a rimettersi giù nel letto oppure gli si ridà il ciuccio nel caso l’abbia perso e non sappia più rimetterlo in bocca.

Da questo breve schema si evince come il bambino sia costretto ad adattarsi (o più correttamente sarebbe meglio dire a rassegnarsi..) ad una situazione che viene programma dall’adulto e che non rispetta assolutamente il suo bisogno di rassicurazione. Lasciare piangere un bambino per 45 min, com’è stato dimostrato da diversi studi, fa aumentare il cosiddetto “ormone dello stress” cioè il cortisolo che risulta poi mantenersi alto anche per diverse ore dopo che il bimbo ha smesso di piangere.

Appare dunque chiaro come un metodo del genere vada contro tutte quelle pratiche di accudimento che ogni genitore mette in atto in maniera assolutamente spontanea, pertanto non mi sognerei mai di suggerirlo ai genitori.

Ma allora cosa suggerisco di fare in caso di pianto e di risvegli notturni?

Il pianto del bambino è espressione di un disagio  emotivo (paura, noia, stanchezza) o fisico (ha caldo oppure freddo, il pannolino è messo male o è troppo pieno ecc). Quindi al pianto bisogna sempre rispondere. Ovviamente se il pianto è un’espressione di disagio fisico allora è necessario intervenire immediatamente, ma quando il bambino (con età superiore ai 5/6 mesi) piange nonostante abbia mangiato da poco, si stato cambiato  ecc. allora si può (e sottolineo che si tratta di un tentativo) tentare di rispondere prima con la voce e poi se non sortisce alcun effetto andare dal bambino. Infatti, come riportato da alcune mamme che vedo nelle mie consulenze, questo sistema funziona con grande sorpresa dei genitori. Spesso si pensa che il bambino sia un essere così fragile ed immaturo da non essere capace di gestire la propria ansia da separazione. Invece nella pratica molto spesso i bambini hanno delle competenze auto-consolatorie che vengono puntualmente sottovalutate.

Riprendendo un mio post precedente su questo argomento ecco i punti fondamentali per una corretta educazione al sonno:

– Parola d’ordine: SERENITA’! Infatti spesso il momento della nanna si carica di eccessiva ansia che viene trasmessa al bambino.

– Cercare di seguire sempre una routine per la nanna (prima pappa, poi bagnetto infine pigiamino, favola, carezze e coccole) perché infonde sicurezza. Fatto tutte le sere, la messa a letto risulterà più facile.


– Dopo avere messo il bambino nel proprio lettino potete rimanere con lui, tenendogli la manina, cantando la ninna nanna, facendo sentire quindi la vostra presenza.

– Per i primi mesi tenete la culla nella vostra stanza, questo darà più serenità a voi e di riflesso al vostro piccolo.

– Per aiutare il bambino a rilassarsi può essere di aiuto l’uso del ciuccio.


– Ovviamente il bambino più “grandicello” che non è abituato a dormire nel proprio lettino, si alzerà spesso e cercherà di essere preso in braccio. Rassicuratelo, per fare avvertire la vostra presenza con qualche coccola così da non sentirsi abbandonato, ma dolcemente rimettetelo disteso.  Ovviamente per qualche giorno questa “ginnastica” risulterà estenuante ma, se sarete perseveranti, con il passare dei giorni andrà diminuendo.


– Non addormentarlo nel lettone, per poi spostarlo nel lettino, ciò infatti  può spaventare. Come vi sentireste se vi addormentaste in un letto e poi durante il sonno vi spostassero in un altro…? Anche se il bambino è abituato ad essere allattato prima di andare a nanna cercate di metterlo nel proprio lettino prima che si addormenti al seno.

E in caso di risvegli notturni?

Premessa importante: fino ai 3/4 mesi non si “viziano” i bambini se si cullano e si cerca di favorire così l’addormentamento con tale metodo. Successivamente piccoli accorgimenti possono aiutare a consolidare delle abitudini che aiutano i bambini a riprendere sonno facilmente.

Cercate quindi di capire se ha bisogno di essere cambiato o se qualcosa lo disturba. Nel caso in cui il risveglio sia dovuto alla fame, allattatelo (al seno o con il biberon) cercando di tenere luci soffuse e interagendo il meno possibile con il piccolo. Appena finito di mangiare, prima di addormentarsi completamente in braccio, mettetelo giù e attendete che si addormenti sul proprio lettino. Quando i risvegli si verificano nei mesi successivi e non sono dettati dalla fame l’atteggiamento più opportuno è quello di consolare il piccolo, prenderlo in braccio in caso di pianto ma rimetterlo giù quando si calma accarezzandolo e canticchiando una ninna nanna. Se ritenete sia necessario rimanete un po’ con lui altrimenti uscite dalla stanza e attendete di vedere cosa succede. Se il bambino inizia a piangere ritornare e rassicurarlo.

Con il passare del tempo, lasciare che impari da solo ad addormentarsi, anche grazie all’utilizzo del ciuccio o all’oggetto a cui è affezionato, permetterà al piccolo di gestire futuri risvegli in maniera autonoma riducendo l’intervento dei genitori.

Come potete notare queste indicazioni non hanno nulla a che vedere con il metodo Estivill e sono frutto di approfonditi studi che si ispirano al modello di lavoro dei Touchpoint ideato dal dott. T. Brazelton ( per approfondimenti: Touchpoints come strumento a supporto dei neogenitori)

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Neonati e cani: consigli pratici per una convivenza sicura

 In un recente censimento è stato stimato che ben 7 milioni di cani vivono nelle case degli italiani e si sa, un cane che entra far parte di una famiglia ne diventa un membro a tutti gli effetti. Ma quando nel nucleo familiare sta per arrivare un cucciolo d’uomo quali attenzioni dobbiamo avere nei confronti del nostro amico a 4 zampe? Possiamo prepararlo all’arrivo del bebè?

Alcuni mesi fa, durante un corso di massaggio neonatale, ho avuto modo di conoscere Simona Sassonia, mamma di una splendida bimba nonchè psicologa e appassionata del mondo cinofilo. Simona ha anche 2 cani (Pimpa, meticetta di 5kg di 13 anni e Hipo molossoide, un incrocio pitbull) con cui ha fatto un lavoro davvero molto interessante affinchè l’arrivo della piccola fosse vissuto nel modo più sereno possibile dai suoi fedeli amici. Simona ha accettato di rispondere alle mie domande e fornire così alcuni consigli utili ai futuri e neogenitori.

Intanto grazie Simona per avere accettato di collaborare alla stesura di questa intervista. Iniziamo con lo spiegare esattamente qual’è la tua formazione e quale percorso hai scelto per approfondire il comportamento cinofilo

In realtà la mia formazione specifica è tutta in divenire e mi reputo tutt’ora un’allieva a tutti gli effetti con ancora molta strada da fare.

Detto ciò, facciamo un passo indietro…

Nella mia famiglia abbiamo sempre avuto e abbiamo  tutt’ora ogni sorta di animale definito, durante l’evoluzione dell’uomo, domestico.

Tredici anni fa è entrata a far parte della mia vita Pimpa, una piccola scriccioletta, meticetta  di taglia piccola che a 2 mesi  pesava meno di 500gr. Il  nostro rapporto è sempre stato simbiotico e..ahime’ l’ho enormemente  viziata facendo tutto l’opposto di quello che si dovrebbe fare con un animale. Era la mia bimba e come tale la trattavo, ignara dei danni che questo mio comportamento avrebbe portato.

Ad un certo punto quasi 4 anni fa è arrivato nella mia vita Hipo e anche un amore umano, il mio attuale compagno! Quindi Pimpy (come la chiamo affettuosamente io) ha subito ben 2 shock, l’entrata in famiglia di due figure che, anche con tutte le precauzioni del caso, hanno ridotto i Nostri momenti esclusivi.

Devo dire che Pimpy era comunque abituata ad altre persone, ad altri cani e anche ad interagire (a suo modo e secondo le sue voglie) con i bambini. È sempre stata una cagnetta molto ubbiediente senza che io abbia mai trascorso del tempo ad insegnarle comandi particolari.

Quattro anni fa dicevo, con l’arrivo di Hipo, cane maschio (a 4 mesi pesava 15 Kg!), con  un temperamento esuberante, mi sono trovata ad interrogarmi sul rapporto che avevo costruito con Pimpa (che nel frattempo dimostrava in ogni modo di non gradire il nuovo arrivato) e, viste la razza predominante e la stazza di Hipo, mi sono chiesta anche se fosse arrivato il momento di rivolgermi a qualcuno, professionalmente preparato in ambito cinofilo, che mi seguisse in questo percorso di vita insieme.

Mi sono rivolta inizialmente ad un’assocoazione del territorio, “Mano nella zampa” in zona Chiesanuova, con approccio zooantropologico, ovvero riuscire ad interagire con il proprio animale evitando di antropomorfizzarlo (un cane è un animale e non un bambino), cercando di creare le basi per una corretta relazione, in primis facendomi entrare in testa che i molossi sono cani come tutti gli altri, la loro mole e la loro struttura fisica (soprattutto per la caratteristica della mascella), li rendono cani considerati pericolosi per il fatto che queste razze sono state selezionate dall’uomo per i combattimenti, per cui, una volta serrata la mascella su una preda è molto difficile fargliela aprire e i danni che può causare un loro morso non sono certo come quelli di un chiuawa! Ma non per questo sono cani pericolosi o cattivi, anzi! Sono dei membri di famiglia perfetti e alle volte, se correttamente educati ed integrati, anche dei bravissimi baby sitter oltre che degli ottimi cani da guardia.

Attaverso questa prima associazione e poi ad un’altra “Din Don Dog”, a cui, per praticità di vicinanza dal luogo in cui abito, mi sono iscritta in un secondo momento,   ho iniziato ad acquistare libri di zooantropologia e cinofilia, ho seguito seminari, partecipato a classi di socializzazione, incontri individuali e di gruppo (con più cani e persone ovviamente) ho fatto un corso di zooantropologia didattica e mi sono iscritta alla scuola  ” ThinkDog ” per diventare io stessa educatore cinofilo. Tutto questo ha però subito uno stop quando ho raggiunto il sesto mese di gravidanza, la panciotta ha iniziato a crescere e non ho potuto più svolgere gli esercizi in campo e seguire i corsi.

È subentrato così il mio compagno, ovvero era lui a portare Hipo a scuola, non con la solita frequenza ma pur sempre essenziale  per non interrompere il percorso iniziato. Il corso per educatore invece è ancora in stand by perché la piccola ha appena 4 mesi, non appena inizieremo lo svezzamento comunque riprenderò anche con quel percorso.

Ci sono alcune regole fondamentali che ho imparato in questo periodo di formazione, dalle quali, chi sceglie di avere o ha un cane, non può e non deve prescindere:

  • rivolgersi a qualcuno di competente e professionalmente preparato qualora si presentino dubbi di qualsiasi natura ad esempio se si è intenzionati a prendere un cane, oppure se abbiamo già un cane (anche non più cucciolo) e vorremmo imparare con lui le regole per una corretta educazione e una serena convivenza in famiglia;
  • considerare il cane come membro della famiglia non dimenticandosi che è pur sempre un animale;
  • avere un approccio zoonatropologico (quindi secondo natura) con il proprio animale e non paragonarlo ad un bambino nemmeno quando è cucciolo, senza dimenticare che il cane è un essere sociale e non va isolato (esempio relegarlo solo al giardino o ancora peggio tenerlo legato);
  • portare il cane fuori a passeggio spesso, anche se si possiede un ampio giardino;
  • documentarsi leggendo, facendosi consigliare dal proprio veterniario o da qualche consulente cinofilo.

Passiamo adesso a capire perché il cane “va preparato” all’arrivo del bimbo e cosa si può fare durante la gravidanza per abituare il cane all’arrivo del piccolo?

È  importantissimo preparare il cane, o i cani  (come nel mio caso), all’arrivo di un bimbo perché essendo veri e propri membri della famiglia, anche la loro vita subirà l’enorme cambiamento che comporta l’arrivo di un figlio.

Affinché non nascano gelosie o non si inneschino atteggiamenti troppo protettivi,  è fondamentale avere degli accorgimenti perché  l’arrivo del cucciolo umano sia quanto più graduale possibile.

Noi ad esempio, in accordo con gli educatori che ci hanno seguiti, abbiamo cercato di mantenere il più possibile gli orari, le passeggiate e le lezioni in campo (nonostante negli ultimi mesi abbia avuto 2 ricoveri e la mia pancia fosse vistosamente enorme); quando non sono più riuscita io è subentrato il mio compagno che, per esigenze lavorative diverse, non ha potuto mantenere un ritmo identico al mio ma pur sempre essenziale a mantenere il percorso iniziato in modo che gli obiettivi raggiunti non andassero persi.

Inoltre in casa abbiamo iniziato un po’ alla volta, a presentare tutti quegli elementi che arrivano con un bebè: carrozzina, lettino, seggiolone..etc Abbiamo anche chiesto in prestito un bambolotto con la funzione del pianto, lasciando che i cani si abituassero alla loro presenza perché sarebbero stati tutti elementi nuovi e soprattutto la carrozzina, rappresenta fisicamente qualcosa che si muove e dal quale proviene un suono (il pianto del bambino), che ai cani potrebbe ricordare, per semplice istinto,  il verso di una preda. Quindi abbiamo lasciato che la carrozzina diventasse presto parte dell’arredamento, ogni tanto uscivamo spingendola in giardino, come per fare una passeggiata e azionavamo il pianto del bambolotto perché si abituassero quantomeno a quel tipo di suono.

In più, spesso mi facevo vedere con il bambolotto in braccio così da insegnare, soprattutto al cane più grande a non saltare.

I loro lettini essendo in camera, li abbiamo assolutamente lasciati là, questo perché se per una vita li hai abituati a dormire in un posto, non puoi pensare di spostare il luogo del riposo in un momento delicato come questo! Provocherebbe  un grande trauma e genererebbe frustrazione, che, non solo negli animali, può portare a conseguenze anche gravi.

Inoltre, durante i miei ricoveri, il mio compagno quando portava a casa i miei indumenti, lasciava che i cani li annusassero abbondantemente proprio per far loro capire cosa stava succedendo; questo soprattutto durante il ricovero per il parto in cui, oltre ai miei vestiti, c’erano anche i vestiti della piccolina. In modo che, una volta a casa, fosse un  odore già conosciuto.

Che consigli daresti affinchè il momento in cui si porta il neonato a casa sia sereno e tranquillo?

Il momento del rientro a casa è stato davvero emozionante.

Devo fare una premessa:

È importante conoscere e fidarsi del proprio cane per poter rendere questo momento  piacevole e non traumatico perché i cani “ragionano” per associazioni e rilasciano feromoni che, per usare il gergo cinofilo,  marcano le situazioni.  Tutte le marcature possono essere di 2 tipi: positive o negative; se il vostro cane marcherà una determinata situazione in modo negativo, ogni volta che quella situazione si presenterà egli la ricorderà come tale e potrebbe (per difesa o per paura) anche avere reazioni aggressive. Al contrario, se quella situazione/elemento viene marcato positivamente, ogni volta che si presenterà  (ad esempio il bambino in braccio o che piange), il cane lo vivrà serenamente e, a volte, anche con indifferenza, proprio perché per lui sarà una cosa normale.

Ritorniamo al nostro rientro a casa.

Conoscendo l’esuberanza e la stazza di Hipo, abbiamo scelto di svolgere questo momento in questo modo:

  • inizialmente sono scesa io dall’auto e mi sono seduta in giardino, il mio compagno ha poi aperto la porta d’ingresso ai cani che mi hanno accolta con feste e scodinzolamenti super affettuosi, annusandomi e leccandomi ovunque!
  • quando si sono calmati, abbiamo preso la navicella della carrozzina e l’abbiamo adagiata a terra in modo che loro potessero annusarla e sentire la presenza della piccolina è seguito un altro momento di euforia “pazzoide”, dopodiché siamo entrati in casa insieme ed io, solo in quel momento, ho preso in braccio la bimba, mi sono posizionata sul divano e ho invitato i cani ad annusarla mentre la stavo allattando. Hipo le ha annusato i capelli, ci siamo scambiati un dolce sguardo d’intesa in cui lui mi ha proprio comunicato di aver capito, si è steso ai nostri piedi e si è addormentato.

La dolce vecchietta Pimpa invece, si è posizionata sul pouf di fianco al divano e si è messa a dormire, come per dire:

 ” Mamma è tornata, quindi ora è tutto ok”.

Come si può evitare che il cane mostri gelosia nei confronti del bimbo?

Dobbiamo prima di tutto tenere presente che la vita del nostro cane è stata sconvolta esattamente quanto la nostra con l’arrivo del bebè, questo non va mai dimenticato.

Detto questo, anche se a volte è difficile ed estenuante, andrebbero  mantenuti gli stessi atteggiamenti del prima dell’arrivo del cucciolo umano, ad esempio: se il vostro cane era abituato ad uscire alle 6 del mattino e voi non avete dormito tutta la notte e siete stanchi… Non importa, non è colpa del cane e non si può pensare che lui capisca, per cui fate uno sforzo e portatelo fuori come facevate prima.

Anche i tempi di uscita non vanno ridotti. Noi ad esempio, abbiamo aumentato sia la frequenza delle uscite, sia la permanenza fuori e spessissimo cerchiamo di uscire tutti insieme, in modo da farli abituare alla presenza della carrozzina. Durante le uscite è necessario mantenere tranquillità e se si avvicina qualcuno, cosa molto probabile con una carrozzina e un bimbo piccolo, cercate di fermare la persona incontrata, senza allarmismi e avvertirla che i cani potrebbero assumere un atteggiamento protettivo, lasciare quindi a noi il tempo di avvicinarci.

In casa  invece noi cerchiamo di coinvolgere i cani in qualsiasi cosa facciamo, dal cambio del pannolino in cui Hipo trova tranquillità sotto  al fasciatoio, al momento dei pasti in cui ognuno ha il suo posto e nessuno viene disturbato.

Noi per scelta abbiamo da sempre impedito che i cani salissero sul divano o sul letto, quindi questo eventuale cambiamento non abbiamo dovuto affrontarlo, consiglio comunque di procedere in modo graduale, cioè non si può pensare che un cane abituato a dormire sul letto o sul divano di colpo, in un giorno, non ci dorma più. Bisogna trovargli un’alternativa altrettanto allettante in modo che la marchi in modo positivo e la scelga come luogo di riposo, per cui zero forzature che genererebbero solo frustrazione.

Anche con gli ospiti (che con l’arrivo di un bebè arriveranno di sicuro), dobbiamo avere alcuni accorgimenti, ovvero, se sappiamo che il nostro cane si agita tanto con l’arrivo di qualcuno, possiamo scegliere di allontanarlo prima dell” ingresso dell’ospite e solo quando si è calmato, consentirgli di stare con noi. Nel caso invece in cui il cane non mostri segni di agitazione e l’ospite è una persona conosciuta dal cane, egli,  una volta entrato, dovrà considerare sempre prima l’amico a 4 zampe e poi il nuovo arrivato umano. Per quanto riguarda persone nuove, avvertiamoli sempre della presenza del cane e e valutiamo se sia il caso o meno di far stare i cani in presenza del nuovo umano, ad esempio se il nostro ospite non gradisce gli animali, possiamo momentaneamente allontanare il cane in un’altra stanza, quando è calmo farlo approcciare con lo sconosciuto tenendolo magari in giardino al guinzaglio e dopo di ché con un anti-stress, riportarlo nell’altra stanza per il tempo di permanenza di tale ospite.

Durante un incontro mi hai fatto notare che spesso vengono dati ai cani giochi (peluche in particolar modo) per intrattenerli, ma questo può risultare contro producente o addirittura pericoloso quando ci sono in casa bambini a cui spesso vengono regalati proprio gli stessi peluche..

Questo dei peluche o giochi è un argomento molto importante.

Il gioco per il cane è assolutamente fondamentale esattamente come il cibo e le passeggiate.

Il cane, proprio come il bambino, attraverso il gioco impara le regole sociali.

Bisogna però spendere due parole per spiegare cosa si intende per gioco.

Un cane è un animale con istinto predatorio, alcuni a seconda della razza, lo usano più frequentemente, altri meno, ma tutti lo possiedono!  Per cui è sempre bene fare attenzione alla tipologia di giocattoli che si danno al cane.

Innanzitutto, il gioco deve essere un momento condiviso e un momento in cui il cane giochi da solo. Quindi, proprio come le uscite, è bene scegliere dei momenti di gioco da condividere con il proprio cane che abbiano un inizio e una fine, cioè al termine del gioco, l’elemento del gioco stesso viene messo via e non lasciatogli a disposizione.

Inoltre, sarebbe opportuno, non far giocare il cane con quei giochi che emettono suoni striduli e/o squittiii, o cose del genere, perché attivano  l’istinto predatorio e un bimbo piccolo che piange o ha il singhiozzo può, nel cane, ricordare quel suono con conseguenze che  è assolutamente  meglio evitare.

Meglio giochi come corde, kong (sono giochi da mordere in cui inserire i premietti), palline,  giochi di problem solving, vecchi stracci, giochi di ricerca.

Infine: il giocattolo del cane è del cane, il giocattolo del bambino è del bambino. Quindi bisogna educare prima di tutto e da subito (appena inizia ad interagire con il mondo esterno), il bambino, a non “rubare” l’eventuale gioco del cane; in modo particolare, bisogna sempre proteggere il cane da eventuali “aggressioni” del bambino (tirate di orecchie, coda, pizzicotti, disturbo mentre dorme) perché il cane, anche se buono, di famiglia, abituato ad essere manipolato, è pur sempre un animale e per difendersi,  potrebbe aggredire a sua volta il bambino con conseguenze che non vogliamo nemmeno immaginare. Anche il cane più docile e mansueto è pur sempre un animale,  dobbiamo perciò rispettarlo, tutelarlo e mai dimenticare queste loro caratteristiche e necessità..

Dopo tutto questo, auguro anche a voi, come noi, una felice vita insieme ai vostri fedeli amici a 4 zampe e per qualsiasi dubbio rivolgetevi alle figure competenti in materia, se non ne conoscete, il vostro veterinario saprà darvi sicuramente qualche informazione utile.

Letture consigliate:

“Dritto al cuore del tuo cane” e “Un cuore felice” di Alessandro Vaira

“I segnali calmanti nel cane” di Turid Rugaas

“Quando il cane decise di incontrare l’uomo” sinfonia a 4 zampe di Giovanni Padrone

8 Azioni per la salute del bambino

Nella giornata di ieri ho preso parte ad un convegno organizzato per festeggiare il decimo compleanno del progetto “Genitori Più”.

(altro…)

Il ritorno a casa dopo il parto: una vera rivoluzione!

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“Per accudire un bambino non basta una persona, serve una squadra”
Photo by Aditya Romansa on Unsplash

Il rientro a casa può comportare qualche difficoltà pratica ma anche di ordine psicologico, dunque è importante, se possibile, organizzarsi per tempo, per prepararsi a gestire la nuova situazione.
Tornare a casa dall’ospedale sarà un momento molto bello, ma anche difficile e faticoso. Il ritmo della giornata all’inizio sarà scandito dalle poppate e dai cambi di pannolini e ci vorranno giorni o persino settimane per tornare alla normalità.

COSA TI ASPETTA A CASA? GLI AIUTI UTILI
Stare soli con un neonato nei primi tempi può essere molto faticoso. Inoltre i bambini sono tutti diversi, dunque non è possibile sapere con certezza che temperamento avrà il tuo.
Dunque al rientro a casa può essere una buona idea, per quanto possibile, avere la presenza e il sostegno di un altro adulto (marito/compagno/madre/suocera/amica/sorella).
Ciò che conta di più nei primi mesi sono il riposo e il contatto con il tuo bambino.
Il primo consiglio quindi è di riposare ogni volta che puoi, cercando l’aiuto di altre persone per i lavori di casa o per tutto quello che non riguardi la cura del bambino.
Alcuni neonati hanno poche necessità: mangiare, essere cambiati e stare a contatto con la mamma. Altri bambini per carattere (e non per colpa tua) sono nervosi, dormono poco, piangono spesso, si infastidiscono più facilmente; questi bimbi hanno bisogno di molte cure e attenzioni per sentirsi al sicuro.
D’altra parte anche tu sei stanca e potresti non sentirti in grado di soddisfare così tante richieste. In questi casi chiedi aiuto, perché per accudire alcuni bimbi non basta una persona, serve una squadra.
I padri, i partner, i nonni, le amiche, le ostetriche, le volontarie, le altre mamme, le vicine di casa… sono i nodi di una rete che può rivelarsi fondamentale.
Verifica quale tipo di aiuto ti fa sentire più a tuo agio, più sicura delle tue possibilità.

GLI AIUTI INUTILI E DANNOSI
Tante persone ti diranno cosa devi fare, tutti sembreranno sapere perchè tuo figlio sta piangendo quando tu, invece, non ne hai idea e alcune frasi, soprattutto i primi tempi, potrebbero farti sentire incapace e insicura: il rischio in questi casi è che, per paura di sbagliare, tu possa allontanarti da tuo figlio, e questo sarebbe l’unico vero danno.
Ogni bambino è unico e va scoperto, nessuno lo può conoscere più di quanto lo conoscano i genitori. Divertiti ad osservarlo, studia le sue reazioni, lo stesso farà lui e così potrete avvicinarvi l’uno all’altra. Giorno dopo giorno e col tempo, vi conoscerete sempre meglio e acquisterete confidenza con le routine di base migliorando via via la vostra reciproca intesa.

Tratto da: “UNA BASE SICURA” breve Guida Informativa rivolta alle mamme

Associazione Onlus “Elios”e Associazione Onlus “La Base Sicura”

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Touchpoints come strumento a supporto dei neogenitori

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Un aspetto importante su cui un professionista che si occupa di sostegno ai neogenitori basa il suo lavoro, è sicuramente quella di creare delle facilitazioni nei rapporti genitori-bambino. Queste facilitazioni consistono soprattutto nello “spiegare ” alla neomamma e al neopapà le fasi di sviluppo del bambino e come si manifestano aiutandoli a leggerne il significato.
E’ infatti di fronte alla necessità di affrontare nuovi scatti evolutivi, che i neogenitori si trovano spesso in difficoltà.
L’approccio che personalmente utilizzo con i neogneitori si basa sul concetto di Touchpoin sviluppato dal professore T. Berry Brazelton, pediatra e psichiatra infantile.
Ma cosa sono i touchpoints?
Per spiegare questo approccio occorre una premessa. Lo sviluppo nel bambino non ha una progressione lineare. Lo sviluppo motorio, cognitivo ed emotivo procedono per scatti. L’aspetto importante di questo evoluzione è che prima di ogni “balzo” in avanti dello sviluppo c’è un periodo breve, ma prevedibile, di disorganizzazione nel bambino.
Infatti ogni nuova acquisizione ha un “costo” pagato spesso con una transitoria regressione del bambino. Per esempio: imparare a camminare è per il piccolo un momento complesso, non solo dal  punto di vista motorio, ma anche emotivo: sperimenta infatti la paura di staccarsi, l’eccitazione di riuscire, la possibilità di esplorare l’ambiente circostante con le sue meraviglie e i suoi pericoli. Quasi sempre di fronte a queste difficoltà il bambino regredisce in comportamenti che si ritenevano già superati, per  esempio non è più capace di addormentarsi da solo o di passare dal sonno profondo al sonno  leggero senza cercare l’aiuto dell’adulto.
I genitori, sconcertati dal cambiamento del bambino, si trovano in difficoltà e non sanno come agire.  In questo caso un professionista competente può fornire l’aiuto per gestire la situazione. Fornendo una guida anticipatoria, attraverso incontri mirati, è possibile fare vedere alla mamma e al papà questi cambiamenti da una nuova prospettiva, tanto da risultare sufficiente a mettere in moto diversamente le loro risorse. Ed è anche questo aspetto tra i più importanti: il genitore non vive l’intervento come attore “passivo” ma come protagonista attivo. Viene infatti risaltato come ogni genitore ha dei punti di forza e delle competenze che lo spingono a fare sempre il meglio per il proprio figlio.

Con questo approccio si ha dunque la possibilità di fornire un reale sostegno alla  genitorialità oltre ad essere efficace nel mitigare le situazioni di stress all’interno della famiglia stessa.

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La scala di valutazione del comportamento neonatale di T.Berry Brazelton

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Chi mi segue anche sulla pagina Facebook ha avuto modo di leggere l’ultimo post in cui segnalavo la mia partecipazione al corso di formazione sulla “Valutazione comportamentale del neonato all’interno dell’approccio Brazelton” tenutosi a Firenze questa settimana. In questo articolo vorrei quindi spiegare, in sintesi, cos’è la scala di valutazione del comportamento del neonato e le sue applicazioni. Prima di entrare nel dettaglio vorrei spendere due parole per spiegare chi è il dott. Brazelton e di cosa si occupa. Fin dagli anni cinquanta Thomas Berry Brazelton (Pediatra e Psichiatra infantile) si è dedicato alla comprensione del comportamento neonatale senza però trascurare un aspetto fondamentale: il supporto al ruolo genitoriale.  Ma qual’è stato dunque il suo apporto alla Pediatria? (ma aggiungerei anche alla Pedagogia visto la forte valenza educativa del suo lavoro) Per comprendere l’importanza del suo lavoro basti pensare che fino agli anni cinquanta esistevano poche conoscenze sulle competenze del neonato e si pensava che il suo sviluppo fosse il risultato di un “allevamento”, più o meno corretto, da parte dei genitori. Inoltre il neonato veniva paragonato ad un essere primitivo dotato di risposte riflesse scatenate da stimoli esterni. La rivoluzione che Brazelton porta in questo campo è davvero notevole: infatti attraverso le sue ricerche e i suoi studi il neonato viene visto come un essere sociale che interagisce attivamente con la madre (e in generale con chiunque si occupi di lui) suscitando il necessario accudimento che ne garantisce la sua sopravvivenza. Con quali strumenti è riuscito a raggiungere queste conclusioni? Attraverso la valutazione comportamentale del neonato che valorizza le competenze innate che il neonato possiede per interagire con l’ambiente circostante. Pertanto la valutazione del comportamento neonatale di Brazelton NON è un esame diagnostico ma mira ad evidenziare come il neonato sia un essere sociale, propositivo, unico, che sa  mettere in atto competenze e risorse per regolare i suoi stati comportamentali (ad esempio dal sonno alla veglia tranquilla) per interagire con l’ambiente.

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Attraverso dunque questa osservazione attenta è possibile cogliere quale sia il suo temperamento, come è più opportuno approcciarsi e interagire con lui promuovendo i suoi punti di forza ma allo stesso tempo sostenendolo nelle sue difficoltà di adattamento. Nello specifico si raccolgono informazioni su:

  • motricità spontanea e controllo del corpo;
  • forme di interazione ricercate dal bambino;
  • tollerabilità agli stimoli ambientali;
  • consolabilità;
  • facilitazioni usate dai genitori per aiutare il bambino a tornare allo stato di veglia tranquilla.

Questo lavoro avviene tenendo bene in mente che l’obiettivo principale resta sempre il supporto alla relazione genitore-figlio. I genitori, infatti, non vengono visti come spettatori passivi ma attori attivi perché sono proprio loro ad essere i “primi esperti del proprio bambino”. Infine attraverso una sintesi della valutazione comportamentale l’operatore e i genitori si confrontano su ciò che è emerso, individuando le facilitazioni e le attività che meglio promuovono l’adattamento e la regolazione comportamentale del loro bambino.

Credo fermamente che l’avere appreso le modalità di svolgimento e applicazione di tale valutazione sarà un valore aggiunto nella mia professione il cui fulcro principale è proprio il sostegno alla genitorialità .

Se desideri fissare un appuntamento per una consulenza su tale argomento (a domicilio -Padova e provincia- o in studio presso la Cooperativa Crescendo)  puoi utilizzare il modulo di contatto o inviare un messaggio Whatsapp al nr 3703282962.

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