“Un bambino può nascere solo dopo la nascita di sua madre. Prendersi cura della nascita significa prendersi cura della nascita della madre e di quella del bambino”. S. Marinopoulos

bimbo-che-dorme1

 

Nei giorni scorsi ho pubblicato sulla mia pagina Facebook un articolo, scritto da un pediatra, che riportava delle “linee guida” sul come aiutare un bambino a dormire serenamente e a ridurre i risvegli notturni. Ovviamente queste indicazioni sono rivolte ai genitori che sentono di avere una difficoltà nella gestione dell’addormentamento e dei risvegli notturni, non sono quindi rivolte a chi vive serenamente i risvegli del proprio bambino. Questo aspetto penso che sia fondamentale. Infatti così come non tutti i bambini sono uguali, anche i genitori affrontano le sfide della crescita del loro piccolo in maniera diversa. Quindi coloro che cercano informazioni, sostegno e consulenze su questo argomento è giusto che abbiano la possibilità di scegliere le indicazioni che più ritengono giuste ed affini con il proprio modo di essere.

L’articolo pubblicato ha suscitato molto interesse e diverse critiche. Ho notato però che le critiche maggiormente presenti sostenevano l’idea che i punti da me condivisi erano “aberranti” perchè in realtà uguali alle linee guida del metodo Estivill.  Nonostante abbia ribadito più volte che il post da me pubblicato non riprendeva questo metodo, la situazione non è mutata. A quel punto è chiaro che spesso si parla di determinate tematiche senza conoscere veramente l’argomento.

Partiamo dunque dal capire chi è Estivil. Eduard Estivill  è direttore della Unidad de Alteraciones del Sueño dell’Istituto Dexeus di Barcellona. Ha pubblicato diversi libri sul sonno dei bambini, ma quello in assoluto più famoso è senz’altro “Fate la nanna” che riprende le teorie già espresse dal pediatra Richard Ferber. Ma com’è strutturato questo metodo e come si applica? Innanzitutto è bene precisare che alla base del metodo troviamo la cosiddetta “estinzione graduale del pianto” ovvero educare  attraverso tecniche comportamentali che hanno come fine ultimo la riduzione del pianto fino alla sua scomparsa. Ma come si procede in pratica?

Innanzitutto si crea una routine che si ripete ogni sera (bagnetto, lettura, coccole ecc), dopo di che il bambino viene adagiato sul suo lettino ancora sveglio. A questo punto il genitore esce dalla stanza. Ecco un altro punto fondamentale: il genitore non aiuta in alcun modo il bambino ad addormentarsi, quindi non resta nella camera, non lo accarezza, non gli tiene la mano o comunque i contatti sono ridotti al minimo. Quando il bambino inizia a piangere  è importante rispettare una tabella con dei tempi di risposta (andare dal bambino) ben precisa. Ecco com’è strutturata:

mde

dav

Come vedete i tempi di risposta si allungano arrivando al 7° giorno anche a 45 min di attesa prima di intervenire e consolare il bambino. Altro aspetto importante è che quando si ritorna dal piccolo, anche se piange non bisogna prenderlo in braccio, non si interagisce ma si aiuta il bambino a rimettersi giù nel letto oppure gli si ridà il ciuccio nel caso l’abbia perso e non sappia più rimetterlo in bocca.

Da questo breve schema si evince come il bambino sia costretto ad adattarsi (o più correttamente sarebbe meglio dire a rassegnarsi..) ad una situazione che viene programma dall’adulto e che non rispetta assolutamente il suo bisogno di rassicurazione. Lasciare piangere un bambino per 45 min, com’è stato dimostrato da diversi studi, fa aumentare il cosiddetto “ormone dello stress” cioè il cortisolo che risulta poi mantenersi alto anche per diverse ore dopo che il bimbo ha smesso di piangere.

Appare dunque chiaro come un metodo del genere vada contro tutte quelle pratiche di accudimento che ogni genitore mette in atto in maniera assolutamente spontanea, pertanto non mi sognerei mai di suggerirlo ai genitori.

Ma allora cosa suggerisco di fare in caso di pianto e di risvegli notturni?

Il pianto del bambino è espressione di un disagio  emotivo (paura, noia, stanchezza) o fisico (ha caldo oppure freddo, il pannolino è messo male o è troppo pieno ecc). Quindi al pianto bisogna sempre rispondere. Ovviamente se il pianto è un’espressione di disagio fisico allora è necessario intervenire immediatamente, ma quando il bambino (con età superiore ai 5/6 mesi) piange nonostante abbia mangiato da poco, si stato cambiato  ecc. allora si può (e sottolineo che si tratta di un tentativo) tentare di rispondere prima con la voce e poi se non sortisce alcun effetto andare dal bambino. Infatti, come riportato da alcune mamme che vedo nelle mie consulenze, questo sistema funziona con grande sorpresa dei genitori. Spesso si pensa che il bambino sia un essere così fragile ed immaturo da non essere capace di gestire la propria ansia da separazione. Invece nella pratica molto spesso i bambini hanno delle competenze auto-consolatorie che vengono puntualmente sottovalutate.

Come potete notare queste indicazioni non hanno nulla a che vedere con il metodo Estivill e sono frutto di approfonditi studi che si ispirano al modello di lavoro dei Touchpoint ideato dal dott. T. Brazelton ( per approfondimenti: Touchpoints come strumento a supporto dei neogenitori)

.

Dott.ssa Cinzia Caltabiano 

Pedagogista –  Educatrice Prenatale e Neonatale

Email: caltabianocinzia@gmail.com

cell: 370 3282962

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: